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    December 15

    E' Morto Horst Tappert, l'indimenticabile Ispettore Derrick

    In una clinica di Monaco di Baviera all'età di 85 anni
    .
    © APCOM
    Berlino, 15 dic. (Apcom) - Secondo il giornale tedesco Bunte, Horst Tappert, l'attore che interpretava l'ispettore Derrick nell'omonimo telefilm, è morto sabato in una clinica di Monaco di Baviera all'età di 85 anni. Lo ha spiegato a Bunte la moglie di Tappert, Ursula.
    Aal
    April 12

    Elezioni 2008

    Dopo un'estenuante campagna elettorale, siamo così giunti alla fine...Domani finalmente si vota....Chiunque vinca fra i diversi contendenti ah la possibilità, se lo vuole, di cambiare, le sorti del nostro Paese, che giorno dopo giorno, si rovina sepre di più!!
    April 09

    manifesto elettorale...

    Il manifesto elettorale di Milly d´Abbraccio. ´´Basta con i soliti manifesti tutti uguali, basta con le solite facce da c... in politica e´ ora di cambiare facce´´ e´ lo slogan che correda il manifesto elettorale di Milly D´Abbraccio, nel quale trionfa il suo fondoschiena da ´´regina dell´hard´´, che spunta da un collant a rete ´´rosa shocking´´.public_fotografie_milly2
    (foto ansa)
    May 11

    tratto da repubblica.it

    Maurizio Capobianco col club dall'84 al 2005 e ora in causa: soldi
    a dirigenti Figc, giornalisti e persino ai tifosi. Tramite la Semana srl di Giraudo...

    Ex dirigente della Juve rivela
    "Così Moggi pagava gli arbitri"

    di MARCO MENSURATI

     
    TORINO - Due premesse. La prima: "Tutto quello che dirò è documentato e dimostrabile". La seconda: "Sono in causa con la Juve davanti al tribunale del lavoro di Torino. Ho cominciato a lavorare con Boniperti nel 1984. Un uomo eccezionale. Poi nel settembre del 2005, dopo che già da tempo i miei rapporti con Giraudo erano degenerati, sono stato costretto a lasciare la società". Maurizio Capobianco, ex dirigente di Juventus F. C., è un tipo così. Uno a cui piace parlare chiaro, diretto e, soprattutto, dire le cose esatte.

    Fino ad oggi, le inchieste erano accusate tutte di avere un punto debole: non si capiva per quale motivo, al di là di evidenti interessi di carriera e di posizione, gli arbitri italiani avrebbero dovuto rendere servigi a Moggi & co. Ora, per la prima volta, si capisce come gli arbitri "venivano ripagati". Spiega Capobianco: "Solo agli inizi del 2005 sono venuto a conoscenza di almeno quattro casi in cui la Juve ha fatto arrivare beni di ingente valore a due arbitri italiani, a un esponente della Figc, e a uno della Covisoc".

    Beni di ingente valore?
    "Beni facilmente monetizzabili che venivano consegnati per il tramite di società terze a soggetti terzi. Terzi legati agli arbitri da rapporti di parentela".

    Si tratta di affermazioni pesanti, se ne rende conto?
    "Sono tutte cose che, all'occorrenza, posso dimostrare".

    A quando risalgono i casi in questione?
    "Risalgono agli inizi della gestione Giraudo-Moggi nell'anno '95".

    Chi sono questi arbitri?
    "Questo non ho intenzione di dirlo, al momento".

    Quanto ingenti erano questi beni monetizzabili?
    "20-25 milioni di lire, per ogni "gratificazione"".

    Dalle intercettazioni è emerso che Bergamo e Pairetto erano in ottimi rapporti con la Juve.
    "Bergamo non so, Pairetto era di casa alla Juve".

    Quei "beni" erano destinati a loro?
    "Non ho intenzione di dire di più, ora. La mia intenzione è solo quella di dare un contributo di verità a tutta questa storia. Però per quanto riguarda Pairetto una cosa le posso dire: nel 2000 proprio lui tirò fuori la storia dei Rolex della Roma. Beh: pochi mesi prima, nell'ottobre del 1999, ricevette dalla Juve una moto che, in seguito, non mi pare si sia premurato di restituire".

    Perché si è deciso a raccontare queste cose proprio adesso?
    "Perché prima di Calciopoli quello che vedevo erano i frammenti di una vicenda che ha acquistato senso compiuto solamente dopo. Solo ora mi rendo conto di come hanno rovinato una società con una storia di oltre cento anni, con la complicità di arbitri, giornalisti, e istituzioni".

    Cominciamo dai giornalisti?

    "Sulla questione giornalisti la Juve aveva consulenze molto ricche con società vicine ad alcuni di loro. Almeno in un caso, a inizio stagione si stipulava un contratto per studiare dei progetti di comunicazione. Poi a giugno, se la Juve aveva vinto lo scudetto, la società decideva di realizzare quei progetti e pagava il premio alla società di comodo: i progetti, ovviamente, non vedevano mai la luce".

    Un premio scudetto ai giornalisti. E sulla società Juve le inchieste hanno raccontato tutto?
    "Quasi. Della Semana srl, la società voluta fortemente nel luglio 2003 da Giraudo e partecipata dalla Juve per il 30 per cento, si è parlato poco".

    Cosa si poteva dire?
    "Che attraverso la Semana, Moggi e Giraudo, in violazione della legge Pisanu, finanziavano indirettamente le curve. Nei bilanci ci sono fatture da decine di migliaia di euro a gara per l'acquisto di coreografie, striscioni e quant'altro".

    A cosa serve la Semana?
    "Gestisce tutte le attività che ruotano attorno allo stadio e agli impianti. Cosa che, almeno fino a quando c'ero io, ovvero marzo 2006, faceva a prezzi maggiorati del 20%, così come il contratto oltremodo oneroso stipulato con Juventus prevedeva. Va detto che la Semana è per il 30 per cento della Juve, per l'altro 70 di una ragnatela di fiduciarie che portano a Giraudo".

    Che però adesso non ha più nulla a che vedere con la Juventus.
    "Che mi risulti Semana è sempre operativa, Giraudo ha ancora il 2 per cento della Juve e questo fa di lui uno degli maggiori azionisti bianconeri. C'è ancora Bettega, è consulente: io me lo ricordo Bettega in società, partecipava a tutte le riunioni con Moggi e Giraudo. Oggi decide tutto Secco (Alessio, direttore sportivo, ndr) che in passato non ha mai mosso un dito senza il consenso di Moggi. Il direttore del personale Sorbone è lo stesso. Renato Opezzi (ad di Semana e procuratore della Juventus, ndr), è da sempre il braccio destro di Giraudo. Il direttore finanziario Michele Bergero e il direttore marketing Fassone (ex guardalinee Aia, ndr) sono sempre lì. La nuova Juve di Cobolli, la chiamano... Ma se si sono tenuti persino Bertolini".

    Bertolini, quello che andava in Svizzera a comprare le sim per Moggi?
    "Sì. È ancora lì. Fa l'osservatore ufficiale con tanto di presentazione nell'ottobre 2006 sul sito internet Juventus. Ma dico: è implicato con uno degli scandali peggiori della storia del nostro calcio e noi ce lo teniamo..."

    Non si è mai accorto della rete svizzera di Moggi?
    "Solo frammenti... Una volta viene da me la signora Gastaldo, ex-dirigente amministrativa e mi dice: "Questo Bertolini, ma che ci fa con tutte 'ste schede svizzere?"... Era disperata perché Bertolini quando riceveva l'ordine da Moggi andava da lei, prendeva tre-quattro mila euro in contanti e se ne andava in Svizzera. E così rimaneva un buco nella cassa. E la signora Gastaldo (in società fino al 2005, ndr), che è una persona molto seria e pignola, un paio di volte ricordo che mi chiese di vendere a privati degli orologi e dei preziosi della società per colmare il buco creato".

    Sembra esserci un rapporto strano tra gli orologi e la Juventus...
    "In dieci anni ho visto entrare centinaia e centinaia di orologi delle marche più prestigiose: Jaeger Le Coltre, Franck Muller, Cartier, Girard Perregaux, Bulgari. La destinazione degli stessi, a parte quelli che finivano ai soliti giornalisti amici (oltre che a giocatori e staff), sono segreti custoditi da Giraudo e dalla Gastaldo che ne teneva la contabilità".

    Parliamo delle complicità. Fabiani, il ds del Messina che tirava le fila del mondo arbitrale insieme a Moggi, l'ha mai visto?
    "Era di casa anche lui. Era così in confidenza con Moggi che all'inizio pensavo fossero parenti. Quando arrivava a Torino si prendeva gli uffici del settore giovanile e quelli diventavano i suoi uffici anche per giorni. La Juventus gli ha addirittura regalato una macchina".

    Le istituzioni.
    "Moggi e Giraudo in Figc facevano quello che volevano. Io rimasi molto colpito da come venne coperto un caso di positività alla cannabis di un giocatore. Lo scoprì l'Uefa, '97. Lo comunicò alla Figc e finì tutto lì".

    La Gea.
    "Ricordo che un caso che mi segnalò la signora Gastaldo. Nel dicembre 2004 si è coperta una provvigione liquidandola con un contratto di consulenza a una società di comodo. La fattura da 250.000 euro era intestata a una cooperativa romana di giornalisti dietro la quale, a dire della Gastaldo, c'era la Gea".

    Si rende conto che questa intervista a Torino rischia di renderla impopolare?
    "I primi dieci anni alla Juventus sono stati i dieci anni più belli della mia vita professionale. Penso che il mio contributo di verità sia dovuto".

    (11 maggio 2007)
    March 06

    Che goduria!!!!!!tratto da repubblica

    SPORT - CALCIO - CHAMPIONS LEAGUE

    I nerazzurri non riescono mai a fare la partita anche se possono reclamare
    per un rigore non concesso. Ma gli spagnoli hanno meritato lo 0-0

    Inter, triste addio all'Europa
    Pari a Valencia con rissa finale

    Nella ripresa qualche buona occasione per parte. Dopo il fischio di chiusura
    provocazione di Navarro, ma diversi uomini di Mancini ci cascano: pioveranno squalifiche

     

    Mancini, Champions addio

    VALENCIA - Grande in Italia, piccola in Europa. La corazzata Inter affonda al Mestalla e dice addio alla Champions League. Obbligata a vincere dopo il 2-2 di San Siro, la formazione nerazzurra non va oltre lo 0-0 in casa del Valencia ed esce di scena negli ottavi. La determinazione agli uomini di Mancini non è certo mancata, ma la poca lucidità e l'ottima prova degli spagnoli, ben messi in campo e capaci di chiudere ogni volta tutti gli spazi, infligge un duro colpo alle ambizioni di un'Inter che da qui fino al termine della stagione potrà soltanto consolarsi con lo scudetto e la finale di coppa Italia. E' vero che nel primo tempo l'arbitro ha negato un rigore agli uomini del Mancio ma questa non era proprio serata. E la rissa che ha caratterizzato il dopo partita, con Burdisso, Cordoba, Cruz e Maicon coinvolti, la dice lunga sul nervosismo in casa nerazzurra.

    Roberto Mancini lascia a sorpresa Figo in panchina e decide di utilizzare Burdisso davanti alla difesa con Stankovic, Dacourt e Zanetti in mezzo al campo. Per il resto confermato il pacchetto arretrato con Cordoba e Materazzi centrali e Maicon e Maxwell esterni, mentre in avanti tocca alla coppia Ibrahimovic-Crespo. Nel Valencia stessa formazione vista a San Siro, fatta eccezione per lo squalificato Albelda mentre a centrocampo rientra Baraja.

    Davanti a Canizares linea a quattro con Miguel, Ayala, Albiol e Moretti, sulle fasce ci sono Angulo e David Silva, in attacco confermati Villa e Morientes. L'Inter comincia con il piglio giusto e al 2' arriva già la prima occasione con la sponda di Ibrahimovic sulla quale Crespo non arriva di un soffio.

    Ma gli spagnoli mettono subito in chiaro che non vogliono limitarsi a difendere il 2-2 dell'andata e all'11' c'è la risposta di Baraja, il cui tiro da fuori viene deviato in angolo da Julio Cesar. Il ritmo è altissimo, i nerazzurri pressano a tutto campo ma quando c'è da ripartire le maglie valenciane si chiudono bene e per Ibra e Crespo è difficilissimo trovare spazi.

    La partita, però, la fanno gli uomini di Mancini e con il trascorrere dei minuti l'intensità della manovra nerazzurra aumenta. E al 35' l'Inter si vede negare un rigore quando un tiro di Crespo nell'area piccola sbatte sul braccio di Albiol. Il Valencia comincia a soffrire e come se non bastasse perde anche Baraja, al cui posto Sanchez Flores è costretto a mettere Hugo Viana, più trequartista che interditore. La formazione di Mancini continua a spingere ma si va all'intervallo sullo 0-0. Nella ripresa, dopo un buon avvio degli spagnoli, l'Inter torna a spingere e al 6', su un cross dalla destra Maicon, Stankovic colpisce in acrobazia ma la palla finisce sull'esterno della rete.

    Tre minuti dopo però è Julio Cesar a intervenire bloccando a terra un velenoso colpo di testa di Moretti. Il risultato non si sblocca, il cronometro corre e Mancini decide di giocare la carte Cruz e Figo, in campo al posto di Crespo e Dacourt.

    I nuovi entrati danno più vivacità alla manovra nerazzurra, ma il Valencia non molla un metro e quando c'è la possibilità riparte in contropiede sfruttando la velocità di Villa e Silva. I minuti passano, il gol-qualificazione non arriva e allora ecco anche Grosso in campo al posto di Maxwell. E alla mezz'ora trema il Valencia, con un colpo di testa di Materazzi che Marchena salva sulla linea. Nell'ultimo quarto d'ora l'Inter prova il tutto per tutto, rischia dietro ma si fa pericolosa con Cruz e Grosso (che due volte si vede respingere il tiro dalla difesa spagnola), il Valencia è stanco ma resiste, sfiora addirittura il gol ma alla fine si accontenta di uno 0-0 che spalanca le porte dei quarti.

    Poi la rissa finale che rende ancora più amara la conclusione di questa avventura in Europa. Rissa spaventosa, accesa dal panchinaro spagnolo Navarro che, con un pugno ha spaccato la faccia a Burdisso (intento a litigare con Joaquin e Marcena), ma proseguita anche da diversi interisti (Cordoba, Maicon, Cruz, lo stesso Burdisso) che hanno cercato di farla pagare immediatamente a Navarro. Lo spagnolo deve ringraziare la sua buona velocità di base se è riuscito a salvarsi. Negli spogliatoi, poi, è successo di tutto. Il delegato Uefa dovrebbe aver preso buona nota di tutto. Pioveranno squalifiche dall'una e dall'altra parte.

    (6 marzo 2007)
    February 11

    Canone Rai

    Canone Rai: esiste una scappatoia?
    Ritorna sugli schermi la tassa più odiata dagli italiani.
    messaggio promozionale
    FTAOnline
    08 febbraio 2007
    La recente proposta di legge del ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni riguardante il sistema radio-televisivo italiano ha sollevato negli scorsi giorni non poche polemiche, una tra le tante quella che riguarda il balzello di quasi cinque euro (4,40 per la precisione) del canone Rai, ribattezzata non a caso "la tassa più odiata dagli italiani".Perché di tassa, di fatto, si tratta, tassa sul possesso o almeno così stabilisce il regio decreto legge n.246 del 21 febbraio 1938, decreto secondo cui chi possieda uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione dei programmi televisivi deve pagare il canone di abbonamento TV. Trattandosi di un'imposta sul possesso o sulla detenzione dell'apparecchio, il canone deve essere pagato indipendentemente dall'uso del televisore o dalla scelta delle emittenti televisive. La norma molto recentemente ha fatto discutere per l'orientamento della Rai a far pagare il canone anche su pc e video-telefonini. Sulla questione il Fisco non si è ancora pronunciato in via ufficiale ed è ancora dubbio se il possesso di un pc debba configurare un presupposto di imposta in quanto potenzialmente garantisce la possibilità di accedere ai servizi di Web TV. Secondo lo studio di consulenza legale Romano la risposta sarebbe negativa (NON BISOGNA PAGARLO) in quanto, "pure ammettendo che anche il pc sia un dispositivo adattabile a ricevere radioaudizioni, musica e film. Occorre poi riconoscere che esso è prevalentemente dedicato ad altre funzioni: lavorare, chattare e perché no fare il caffè o scrivere lettere d'amore. In altri termini, anche se un PC è equiparabile ad un televisore il suo possesso non impone il pagamento dell'abbonamento Rai. A conferma di ciò anche l'orientamento della Corte Costituzionale, che considera il canone una imposta riferita al semplice possesso, appunto , di un televisore".Tuttavia ricordiamo, a onor di chiarezza, che alcune sentenze della corte (Sentenza Corte Costituzionale n. 284 del 26/06/02 - Sentenza Corte di Cassazione del 03/08/93 n. 8549) confermano la norma secondo cui "il canone deve essere corrisposto da chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radiotelevisive indipendentemente dalla qualità o dalla quantità del relativo utilizzo". Quindi la partita rimane ancora aperta.Intanto continuano ad aumentare gli episodi di cronaca riferenti casi di "persecuzione burocratica", come quelli denunciati recentemente da Adiconsum. E'il caso di una ragazza modenese di 25 anni, che si è rivolta all'associazione consumatori della Cisl: "Tre anni fa la ragazza in questione - spiega il responsabile di Adiconsum Angelo Ferrari Valeriani - è andata a vivere da sola ma, anche se può sembrare inusuale, non ha mai avuto, né tantomeno acquistato, un apparecchio televisivo. Due anni fa l'Urar Tv di Torino le ha scritto chiedendole il pagamento del canone Rai. La ragazza ha comunicato per iscritto che, poiché non possiede la tv, non intendeva pagare. Lo stesso è accaduto l'anno scorso: nuovo sollecito Urar, nuova lettera di risposta. Quest'anno l'ente le ha scritto per la terza volta, e la ragazza ha deciso di chiedere la nostra assistenza". Valerani ha allora telefonato al numero abbonati della Rai per chiedere spiegazioni. L'operatrice del call center gli ha risposto che la vicenda della ragazza modenese era ben nota, ma che occorreva una terza dichiarazione di non possesso della televisione. Adiconsum consiglia ai non possessori di tv di rispondere solo alla prima richiesta di pagamento del canone e invece di ignorare i solleciti successivi. L'Urar Tv (ora Sat, sportello abbonamenti Tv) comunque può sempre mandare un ispettore a verificare la situazione. "Chi, invece, ha il televisore, deve pagare il canone anche se tiene spento l'apparecchio o non apprezza la qualità dei programmi Rai. Per quanto possa sembrare odioso, il canone Rai è una tassa di possesso, come il vecchio bollo auto. Pertanto il pagamento è obbligatorio". Un altro caso quello di un abitante della cittadina ligure di ponente Borghetto Santo Spirito che si è trovato a dover pagare due volte il canone perché durante un controllo la ricevuta del primo pagamento è risultata "sbiadita".Vada che il canone di abbonamento rappresenta la principale fonte di finanziamento del servizio pubblico chiarsce l'Adusbef, ma "è ingiusto e sbagliato far ricadere sui cittadini le scelte sbagliate del consiglio di amministrazione della Rai. Questa è una tassa di possesso istituita quando il mercato televisivo era totalmente diverso e che oggi non ha motivo di esistere". Un apparecchio televisivo, poi, permette di ricevere il segnale anche di altre emittenti che non chiedono alcun contributo ai cittadini per permettere loro di vedere programmi che, se visti, già solo il fatto di guardarli porta a tali emittenti un introito considerevole.Per non parlare del referendum votato dagli italiani nell'11 giugno 1995 con maggioranza degli aventi diritto al voto che prevede "l'abrogazione della noma che definisce pubblica la Rai e la sua privatizzazione". Proprio per questo il dubbio che grava sulla tanto odiata gabella è più che legittimo: essendo la Rai ente di diritto privato non è legittimata a far pagare i cittadini per un servizio pubblico che pubblico più non è. In quanto invece tassa sul possesso non si capisce perché vada pagata alla Rai e non vada spartita su tutte le emittenti.E intanto dalla Rai non si scappa.
    January 29

    Juve-arbitri, i conti non tornano da Tgcom

    Juve-arbitri, i conti non tornano

    Deschamps: "Non ci danno più rigori"

    L'estate di Moggiopoli l'ha punita proprio perché aveva gli arbitri dalla sua parte, per usare un eufemismo. Ora, la Juventus di Deschamps si lamenta dell'atteggiamento dei direttori di gara della serie B, rei di non tutelare i suoi campioni e di non assegnare rigori alla Vecchia Signora. "Non voglio piangere - ha detto il tecnico -, ma attacchiamo sempre e non abbiamo avuto nemmeno un penalty in ventuno partite...".

    La legge del contrappasso, di dantesca memoria, fa la sua comparsa anche nel calcio. La Juventus intenta a lamentarsi degli arbitri e del loro operato è certo una cosa che tanti tifosi avversari avrebbero voluto vedere negli anni passati e che qualcuno, i più fatalisti, credeva non potesse succedere. Eppure, dopo Moggiopoli, la caduta del sistema e quant'altro, è successo anche questo. Alla Juve non viene assegnato un rigore dal 15 aprile dell'anno scorso, sette mesi fa. Deschamps, particolarmente seccato per la diffidenza arbitrale nei confronti della Signora, scende in campo e chiede maggior obiettività e attenzione. "E' un po' strano che siamo l'unica squadra che non ha ancora ottenuto rigori a favore - attacca il tecnico francese -. In caso di dubbio, ci fischiano contro". Si ferma, ma lo sguardo e la smorfia sono quelli di chi non ha più volta di pagare conti non suoi.

    Poi, torna indietro, ripensa, forse rimugina. E prova a chiarire, smorzando polemiche ed eventuali battute e sorrisi sarcastici. "Non voglio piangere - dice -. Dico solo che mi sembra strano non aver ricevuto un penalty a favore in ventuno partite, soprattutto considerando che la Juventus è una squadra che attacca con molti uomini. Sia chiaro, non parlo per condizionare chi dirigerà la partita con il Rimini e neppure voglio tacere su episodi sospetti avvenuti anche nella nostra area. Comprendo che umanamente sia più facile, in presenza di un minimo dubbio, non fischiare, però...".

    La nuova Vecchia Signora non ci sta. Ha cambiato, si è rinnovata il look dopo che il restyling moggiano era esploso in tutta la sua finzione, ora vuole che il suo sforzo sia riconosciuto da tutti, arbitri in testa. Non vuole più pagare retaggi del passato, anche se per nulla remoto. Continuando così, potrebbe addirittura realizzarsi quel sogno impossibile, almeno fino all'estate scorsa, che un profetico Lapo Elkann chiamava "operazione smile".

    Una Juve in testa senza "rigore" da tgcom

    Una Juve in testa senza "rigore"

    Ultimo penalty a favore nove mesi fa

    Nonostane il primato nella classifica di B la Juventus si sente poco tutelata dagli arbitri per quanto riguarda i falli subiti in area di rigore avversaria. Infatti alla formazione bianconera non viene concesso un penalty ormai dal 15 aprile 2006 quando in Cagliari-Juve Del Piero si fece parare il tiro dal dischetto da Chimenti. Nove lunghi mesi senza rigori nonostante alcuni episodi molto dubbi contro Spezia e Napoli.

    Di certo non erano più abituati a vederseli fischiare soltanto contro, a volte il penalty per la Juventus appariva come marchio di fabbrica, come firma immancabile a legittimare il sospetto, ad alimentare dubbi sulla regolarità di questa o quest'altra partita, a far gridare allo scandalo nel '98 in un Juve-Inter che fu decisa proprio da un rigore non concesso ai nerazzurri. Dunque, una vita "senza rigore" è quella che sta sperimentando la Juventus da nove mesi a questa parte, dall'ormai lontano 16 aprile 2006 quando in regime di pre-Calciopoli Del Piero sbagliò il penalty concesso in Cagliari-Juve facendoselo parare da "zucchina" Chimenti. Nove mesi senza che il capitano bianconero potesse cancellare quello sbaglio o magari soltanto per riassaporare l'ebbrezza di una sfida diretta solo contro il portiere. Macchè, nemmeno gli episodi dubbi, anzi poco dubbi, perché rigori netti non concessi, hanno cancellato l'unica sola "mancanza" della rinnovata Juve, ripulita anche da quella fama di attira favori che le sentenze di Calciopoli hanno ormai cancellato.

    Analizzando i gironi d'andata degli ultimi dieci anni si nota la costanza di penalty concessi con picchi di 6 nel 1997-98 e di 7 nel 2002-03, fino ad una drastica diminuzione nell'ultima stagione in A con un solo tiro dagli undici metri effettuato, fino all'attuale stagione che non vede i bianconeri annoverati tra le squadre fruitrici di rigori. Un contrappasso, forse, una sudditanza al contrario che lascerebbe presupporre che nulla è cambiato. La soluzione più semplice dell'enigma sembra, invece, trovarsi nel fatto che la Juve ha imboccato una nuova strada, quella della trasparenza, quella di chi si lamenta umanamente per i torti subiti, senza la protezione di chi ne ha voluto sporcare la fama, ora ripulita, ora senza "rigore".

    Moggi: "Ho pensato al suicidio"

    Moggi: "Ho pensato al suicidio"
    L'ex d.g. della Juventus ha confessato alla trasmissione Il Bivio: "Quando è scoppiato lo scandalo avrei voluto morire. Mi ha salvato la fede, come quella di Gonzales del Vicenza"
    Luciano Moggi, 69 anni, ex d.g. della Juventus. Ap
    Luciano Moggi, 69 anni, ex d.g. della Juventus. Ap
    MILANO, 29 gennaio 2007 - Confessione choc di Luciano Moggi: "Ho pensato di uccidermi". L'ex direttore generale della Juventus lo ha rivelato alla trasmissione Il Bivio, che andrà in onda su Italia 1 domani. Nella puntata del programma condotto da Enrico Ruggeri, questa settimana dedicata al dramma del giocatore del Vicenza Julio Gonzales (vincitore della prima edizione del premio Facchetti, istituito dalla Gazzetta), Moggi era ospite in studio. Durante la discussione ha raccontato: "La verità è proprio quella, Gonzales calciava il pallone e si fotteva di tutto quello che veniva detto in giro. Perché è un uomo di principi e anch'io mi ritengo tale. Sapete, ho pensato anche di uccidermi. È la fede che ha avuto lui (Gonzales) che mi ha fatto ritornare indietro...". In seguito, sottolinea un comunicato Mediaset, fuori dallo studio Moggi ha ribadito le affermazioni fatte in onda: "Sì, ho pensato al suicidio appena scoppiato lo scandalo. Non adesso".